martedì 3 marzo 2026

ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

 


Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplethorpe è uno degli interpreti della controcultura tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando la creatività si fa gesto politico e le arti si fondono in nuovi linguaggi di libertà e identità. 

“Tutto cambia quando l’amica regista Sandy Daley regala a Mapplethorpe una polaroid - racconta Denis Curti curatore della mostra - e con questa tra le mani, tra il 1970 e il 1971, Robert inizia un percorso legato allo studio del suo autoritratto, concentrato sulla rappresentazione del sesso omoerotico e partendo da se stesso. Nello stesso momento incontra Tom of Finland (pseudonimo di Touko Laaksonen): il primo a dare vita all’estetica omosessuale. Tra di loro nasce una grande amicizia che cambia per sempre la visione di Mapplethorpe. Entrambi esplorano il tema del feticismo, della pelle e della bellezza classica applicata al corpo maschile. Mentre Tom lo faceva con l'esagerazione del disegno, Mapplethorpe lo faceva con la precisione quasi marmorea della fotografia, ma entrambi hanno contribuito a rendere "arte" ciò che prima era considerato solo un materiale sotterraneo”.



A Milano protagonista è la sua ricerca estetica, i suoi nudi sensuali che si distinguono per la perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica: il corpo, scolpito dall’uso sapiente della luce e dei contrasti, è il mezzo per la sublimazione della sua indagine artistica.

 “Autodidatta, - continua Denis Curti - Sam Wagstaff (suo mentore e compagno) gli regala nel 1975 la prima Hasselblad, la macchina a medio formato che gli permette di ottenere quella precisione scultorea e quei bianchi e neri perfetti per cui è oggi universalmente conosciuto. L’obiettivo di questa mostra è proprio quello di ricollocare Robert Mapplethorpe nella dimensione della fotografia più alta, tra i più importanti fotografi del XX secolo, oltre la provocazione e oltre la censura”. 

La costruzione di un percorso espositivo così completo è stata possibile grazie alla generosa collaborazione con la Fondazione Mapplethorpe di New York, creata dallo stesso fotografo nel 1988 pochi mesi prima della sua morte, non solo a tutela del suo lavoro ma anche per finanziare la ricerca medica e i progetti legati alla lotta contro il virus e alla cura dell’HIV. La mostra si snoda infatti attraverso diverse sezioni tematiche con oltre 200 opere che ripercorrono l’intera evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe, dagli esordi sperimentali alla maturità stilistica. 



I primi collage. Il percorso si apre con gli assemblaggi realizzati sul finire degli anni Sessanta. In queste opere, molto rare e poco esposte, in cui Mapplethorpe combina ritagli di riviste, disegni e feticci religiosi, indumenti e oggetti, si riflettono la ricerca sull’identità e il piacere dell’artificio, sperimentati dall’artista con l’obiettivo di creare una relazione con l’altro. 

Patti Smith e Lisa Lyon. Ampio spazio è dedicato in due sezioni alle muse fondamentali dell'artista. Se i ritratti di Patti Smith immortalano un legame simbiotico e vulnerabile che attraversa decenni, una vera e propria ode indelebile all’amata amica, quelli della campionessa mondiale di bodybuilding Lisa Lyon esplorano una bellezza androgina che trascende le convenzioni di genere, celebrando la potenza fisica attraverso parametri estetici neoclassici. 

Autoritratti e identità. La sezione degli autoritratti rivela un'introspezione dolorosa e fluida. Mapplethorpe usa la macchina fotografica come uno specchio dell'anima, documentando la propria esistenza dalle pose dandy degli anni Settanta fino alle immagini finali scavate dalla malattia. 

Il ritratto. In mostra i volti di celebrità come Andy Warhol, Peter Gabriel, Yoko Ono, Isabella Rossellini. Per Mapplethorpe il ritratto in studio è un incontro tra due anime: un "altare visivo" dove la corporeità viene trasfigurata in leggenda grazie a una cura maniacale per l'equilibrio e la luce. 



Nudi e fiori. Nudi maschili e femminili celebrano la perfezione classica, sfidando al contempo gli schemi sociali tradizionali. Particolarmente iconiche sono le fotografie dei fiori (calle, orchidee, tulipani), ritratti come apparizioni passionali e "muscoli pulsanti", in bilico tra la sacralità della forma e allusioni delicatamente erotiche. 

In dialogo con l’Antico. La mostra chiude con una sezione che evidenzia il legame tra la fotografia contemporanea e la statuaria classica. Mapplethorpe usa la sua Hasselblad 500C per "sciogliere" le membra marmoree delle sculture antiche, infondendo loro una scintilla di vita e rendendo la pietra morbida come carne viva.

La retrospettiva Robert Mapplethorpe. Le forme del desidero è il secondo atto di una più ampia trilogia, che ha avuto inizio a Venezia nelle Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma, al Museo dell’Ara Pacis, dal 29 maggio al 4 ottobre 2026. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire un differente aspetto della figura di Mapplethorpe. 


Le fotografie degli allestimenti sono di Andrea Avezzù

Fontana della Pigna

 © Photo by Massimo Gaudio

Piazza San Marco, Pietro Lombardi, Fontana della Pigna (1927)

In piazza San Marco tra l'omonima basilica e piazza Venezia si trova la Fontana della Pigna, realizzata nel 1927 da Pietro Lombardi per rappresentare il Rione Pigna. La fontana si trova verso l'estremità del rione, al confine con il rione Campitelli per il semplice motivo che una volta nello stesso luogo si trovava una scultura bronzea a forma di pigna che ora si trova nel Cortile del Belvedere nei Musei Vaticani.
La fontana realizzata in travertino ha una forma elegante grazie a due corolle di tulipani stilizzate che sorreggono una pigna. L'acqua che è servita dall'acquedotto dell'Acqua Marcia, sgorga di due bocchette poste sulla base della pigna che dopo essere stata raccolta da varie vaschette sullo stelo, va a finire in due vaschette a terra.




 La Pigna bronzea nel Cortile del Belvedere nei Musei Vaticani


Vi ringrazio.

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Massimo

lunedì 2 marzo 2026

Il busto di San Francesco d'Assisi e l'autoritratto angosciato di Adolf Wildt

© Photo by Massimo Gaudio

Adolf Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto) (1909)
Marmo bianco, 37 x 33 x 20 cm, Galleria Comunale di Arte Moderna, Roma

La cifra stilistica di Wildt sta nella forte commistione di suggestioni romantiche, simbolistiche e gotiche, che rendono le sue sculture degli unicum sia per la potente forza espressiva, sia per la particolarissima levigatezza delle superfici che conferiscono plasticità di forte drammaticità.
Sia nella prima, sia nella seconda opera c'è molto dello spirito espressivo tedesco che egli eredita dalla frequentazione con il mecenate Franz Rose. Inoltre, tra 1906 e il 1909, momento in cui si colloca la realizzazione dell'autoritratto, Wildt affronta un periodo di profonda crisi personale e creativa che combina nella realizzazione di volti angosciati, bloccati nello spasimo del dolore, con gli occhi vuoti e i volti contorti. L'estrema e inquietante conclusione è un volto scarnificato che si fa maschera deformata.




Adolfo Wildt, San Francesco (1926 ca)
Marmo Bianco, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma


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Massimo

Piramide Cestia

   © Photo by Massimo Gaudio


Piramide Cestia e Porta San Paolo

Nel rione Testaccio, ai confini con il rione San Saba e il quartiere Ostiense, più precisamente in piazzale Ostiense, si trova la Piramide di Caio Cestio, più comunemente conosciuta come Piramide Cestia. Fu costruita tra il 18 e il 12 a.C. come sepolcro di Caio Cestio, pretore, tribuno e membro del Collegio sacerdotale degli Epuloni.
Dopo la conquista dell'Egitto in età augustea, a Roma si sviluppò una sorta di moda che prendeva spunto dal modello egiziano, quindi nella città sorsero vari monumenti sepolcrali simili alle piramidi egizie e quella Cestia è l'ultima rimasta intatta. Nella seconda metà del III secolo d.C., l'imperatore Aureliano fece inglobare la piramide all'interno della cinta muraria a difesa di Roma, le Mura aureliane.
Il monumento misura 36,40 metri di altezza, la base misura 29,50 metri per lato, mentre la camera sepolcrale misura 23 mq che, seguendo l'usanza egizia, fu murata al momento della sepoltura. Come purtroppo è successo per altri monumenti funerari romani, anche questo fu violato probabilmente nel Medioevo. In quell'occasione furono trafugati oltre l'urna cineraria, anche porzioni notevoli di decorazioni. Le pareti sono decorate con raffinati affreschi a pannello in stile pompeiano e Vittorie alate sul soffitto.


Vi ringrazio.

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Massimo

giovedì 26 febbraio 2026

Villa Aldobrandini

 © Photo by Massimo Gaudio


Il parco di Villa Aldobrandini

Villa Aldobrandini si trova nel rione Monti ed è racchiusa tra via Nazionale e via Panisperna anche se l'accesso ai giardini aperti al pubblico si trova in via Mazzarino. Per arrivare a quello che ricorda un giardino pensile con uno spettacolare affaccio panoramico su largo Magnanapoli, si deve salire su per una scalinata che passa attraverso dei ruderi dell'Antica Roma risalenti alla fine del I secolo.
La villa risale alla metà del '500, quando monsignor Giulio Vitelli acquistò una vigna con alcuni edifici a Monte Magnanapoli. La proprietà che si estendeva fino ad arrivare al Quirinale, passò nel corso dei secoli prima al figlio che la rivendette a papa Clemente VIII, il quale la donò al cardinale Pietro Aldobrandini. Quest'ultimo diede il compito all'architetto Giacomo della Porta di abbellire la proprietà. La villa fu così arricchita di fontane, sedute, vasi, statue di alberi ad alto fusto in parte ancora oggi esistenti. Il palazzo un tempo ospitava un'importante collezione di opere d'arte ma gli eredi del cardinale, le famiglie Pamphilj e Borghese la spostarono nelle Gallerie dei propri palazzi.
Per un breve periodo, tra il 1811 e il 1814 divenne la sede del governatore francese a Roma. Terminato questo periodo ritornò nelle mani degli Aldobrandini, i quali nel 1926 la cedettero allo Stato italiano perché le sue dimensioni erano state ridotte nel 1870 per la costruzione di via Nazionale a seguito all'avvento di Roma Capitale.

Recentemente Villa Aldobrandini è ufficialmente entrata a far parte del patrimonio di Roma Capitale. In questi giorni il giardino non è accessibile al pubblico per via della riqualificazione, La riapertura è prevista per la primavera 2026.


Affaccio su largo Magnanapoli, Chiesa di santa Caterina da Siena e la Torre delle Milizie

Villa Aldobrandini, Affaccio sul Quirinale

Il parco di Villa Aldobrandini

Il parco di Villa Aldobrandini

Il parco di Villa Aldobrandini

Villa Aldobrandini, Ingresso

Villa Aldobrandini, Ingresso

Villa Aldobrandini, La Villa

Vista su Chiesa di santa Caterina da Siena e la Torre delle Milizie


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Massimo

mercoledì 25 febbraio 2026

Fontana e Obelisco Lateranense

© Photo by Massimo Gaudio

Fontana e Obelisco Lateranense

Via Merulana che si trova nel rione Monti ha la particolarità di collegare due basiliche papali romane. Parte dalla basilica di Santa Maria Maggiore e arriva in quella di San Giovanni in Laterano dove incontra l'omonima piazza che ospita al suo interno la Fontana e l'Obelisco Lateranense. 
La fontana che si trova ai piedi dell'obelisco è dedicata a San Giovanni Evangelista e dai documenti ritrovati, pare, durante i lavori che iniziarono in occasione del Giubileo del 1600 e che terminarono nel 1607. I materiali utilizzati per la sua realizzazione sono marmo e travertino ed è alimentata attraverso l'acquedotto Felice.
La fontana è formata da una vasca sormontata da due delfini che sorreggono una valva di una conchiglia, nella quale arrivano i zampilli d'acqua provenienti da due draghi e un'aquila, simboli della famiglia Borghese della quale papa Paolo V faceva parte. Nonostante ciò, i lavori per la sua costruzione si devono a papa Sisto V, il quale nel 1588 diede il mandato all'architetto Domenico Fontana per la sistemazione della piazza e il restauro dell'obelisco.
L'Obelisco Lateranense fu rinvenuto in tre pezzi nel 1587 lungo la spina del Circo Massimo. Forte dei suoi 3600 anni (XV sec. a.C.), fu realizzato sotto i faraoni Tutmosis III e Tutmosis IV e fu portato a Roma per volere dell'imperatore Costanzo II nel 357 d.C. Oltre a essere il più antico obelisco a Roma, con i suoi 32 metri è il secondo monolite più alto del mondo.

La fontana


L'obelisco visto dalla basilica

L'obelisco visto da via Merulana

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Massimo

martedì 24 febbraio 2026

Amedeo Bocchi - 2 opere

© Photo by Massimo Gaudio


Amedeo Bocchi

(Parma, 24 agosto 1883 – Roma, 16 dicembre 1976)

Amedeo Bocchi, Nel parco (1919)
 Olio su tela, 136 x 153 cm, Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale

Amedeo Bocchi, Sole d'inverno (1931)
Olio su tavola, 63,1 x 76,2 cm, Museo di Roma, Palazzo Braschi


ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

  Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplet...