mercoledì 18 marzo 2026

Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza

© Photo by Massimo Gaudio

Chiesa di Sant'Ivo alla sapienza

C'è un rione di Roma di piccole dimensioni, lungo e stretto, l'unico tra tutti che confina con ben sette di essi. È il rione Sant'Eustachio e al suo interno ci sono i Palazzi storici come quelli che ospitano il Senato della Repubblica, chiese di importanza storica e culturale con opere di artisti del calibro di Caravaggio. Tra queste ultime ce n'è una che è considerata una delle massime espressioni di architettura Barocca nella Capitale: La chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, opera dell'architetto Francesco Borromini, il quale la realizzò nel ventennio che va dal 1642 al 1662, anno della sua consacrazione. Prima di accedere alla chiesa si passa per un lungo cortile dove attualmente c'è la sede romana dell'Archivio di Stato.
Una volta entrati si ha l'impressione di una chiesa vuota con i muri bianchi, non ci sono marmi policromi, stucchi dorati, nelle nicchie non ci sono statue o dipinti, tranne che per quella dell'altare dove è collocata una pala con Sant'Ivo patrono degli avvocati di Pietro da Cortona. Forse la mancanza degli "accessori" è un bene perché il punto forte della chiesa è l'architettura Barocca ricca di valori artistici, tecnici e simbolici che ne fanno un capolavoro, un punto di riferimento per l'architettura in generale. La cupola con la sua particolare forma di per sé ha vari simboli tra cui quelli che richiamano la Trinità con un triangolo che combinato con un altro triangolo rovesciato e con parti di cerchio concave e convesse, forma la figura stilizzata di tre api. Le tre api hanno sempre rappresentato la famiglia Barberini di cui Papa Urbano VIII Barberini della chiesa fu il committente.
Un'altra particolarità che interessa la cupola è la lanterna che trova ispirazione sia nella torre di Babele che nel faro di Alessandria. Vista dall'interno della chiesa si nota soltanto una sua forma circolare, ma vista dall'esterno si notano sei finestre all'interno di sei parti concave con doppie colonne che terminano in pinnacoli altissimi, mentre la spirale che sale verso l'alto termina con la rappresentazione di fiamme che, come la luce di un faro, devono illuminare i fedeli.







La cupola

L'ape stilizzata

Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

martedì 17 marzo 2026

La magia della Cupola di San Pietro

© Photo by Massimo Gaudio



La Cupola michelangiolesca

Quando si pensa a San Tommaso, il primo pensiero va verso la sua incredulità sul racconto degli Apostoli che gli dissero di aver visto Gesù dopo la resurrezione.
Ecco, al pari di San Tommaso non credevo che in una strada di Roma si potesse vedere la Cupola di San Pietro diventare più grande o più piccola a seconda del punto in cui ci si trovi. Era da tempo che pensavo di togliermi questa curiosità, così un pomeriggio, approfittando del poco traffico che c'è a Roma nel mese di Agosto, sono andato di persona a vedere questo fenomeno.
La via in cui è possibile ammirarlo è Via Nicolò Piccolomini che si trova nel quartiere Aurelio. Ora vi racconto com'è andata.
Provenivo da Via Aurelia antica e giunto in Via Piccolomini ho voltato a destra attratto dalla magnificenza della Cupola di Michelangelo ma non ho notato nessun fenomeno di rilievo, quindi mi sono diretto verso la fine della strada e dopo aver parcheggiato l'auto, mi sono avvicinato a piedi alla recinzione che la delimita. Continuando a non percepire nessun fenomeno in quel tratto di strada ho deciso di consolarmi godendomi il panorama. Pensando che si trattasse di una "bufala", sono risalito in auto e percorrendo al contrario tutta Via Piccolomini sono giunto alla fine della strada, quando a un certo punto guardando lo specchietto retrovisore esterno mi è apparsa una Cupola gigantesca così mi sono fermato immediatamente. Uno splendore! Con mio grande stupore ho visto Michelangelo venire verso di me! La spiegazione per questo fenomeno è soltanto da imputare a un effetto ottico causato dalla posizione dei palazzi che canalizzano lo sguardo verso di essa, in pratica se ti allontani la Cupola diventa più grande, ma se ti avvicini pian piano diventa più piccola.
Nelle fotografie ho cercato di ricreare le stesse sensazioni che si ha percorrendo la strada dal punto più lontano via via verso il punto più vicino.





Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

lunedì 16 marzo 2026

Le colombe di Plinio

© Photo by Massimo Gaudio




Mosaico delle Colombe di Plinio

Una delle prime sale del ciclo espositivo della mostra Cartier e il Mito ai Musei Capitolini che si è tenuta presso il Palazzo Nuovo dei Musei Capitolini aveva come tema centrale il micromosaico delle Colombe di Plinio incastonato sul muro di destra dell'omonima sala che si trova al primo piano.
Nel 1898, con l’arrivo di Louis Cartier (1875-1942) alla direzione della Maison parigina al fianco di suo padre, l’ispirazione all’antico viene inserita in un vocabolario aggiornato e moderno. I disegnatori della Maison erano invitati a consultare i libri della sua biblioteca per studiare e copiare le opere d’arte, i decori e le architetture antiche per captarne l’armonia e la bellezza. Risultato di questa elaborazione è la spilla il cui modello iconografico è il mosaico delle colombe di Plinio, così chiamato per la descrizione fatta da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (77 d. C.) di un mosaico risalente al II sec. a.C realizzato dall’artista Sosos di Pergamo. Quest’opera, già molto famosa nell’antichità, fu replicata in varie copie, tra cui quella qui esposta, ritrovata nella Villa Adriana a Tivoli e successivamente entrata nelle collezioni capitoline nel 1764. Il soggetto di questo mosaico è stato spesso riportato sui gioielli acquistati dai viaggiatori del Grand Tour tra XVIII e XIX secolo. Il suo fascino ha ispirato anche Cartier che lo ripropone in una nuova sintesi formale e materiale, tornando ancora su questo tema negli anni Trenta in modo più astratto in linea con il gusto del Art Decò.

Giacomo Raffaeli, Le colombe di Plinio (Prima metà del XIX sec) Micromosaico

Medi-parure con colombe di Plinio donata dall'imperatrice Joséphine a Eugénie de la Serraz (1803) Oro, argento, diamanti, smalto e perle, Collezione privata

Calco in gesso descritto come -Vaso Antico- Cartier Parigi ( 1914)

Vi ringrazio.

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Massimo

mercoledì 11 marzo 2026

Maffeo Barberini di Caravaggio torna a casa

© Photo by Massimo Gaudio

MICHELANGELO MERISI detto CARAVAGGIO, Ritratto di monsignor Maffeo Barberini


Ho avuto modo di ammirare presso le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini questo dipinto di Caravaggio nel dicembre 2024, per la prima volta esposto al pubblico perché faceva parte di una collezione privata.
Da allora c'è voluto più di un anno di trattative, ma alla fine l’atto di acquisto del Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini di Caravaggio, è stato firmato presso il Ministero della Cultura, alla presenza del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli; del Direttore Generale Musei, Massimo Osanna; del Direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, Thomas Clement Salomon e del notaio Luca Amato che, al termine delle procedure amministrative previste, entrerà a far parte del patrimonio dello Stato e sarà assegnato alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, entrando stabilmente nelle collezioni di Palazzo Barberini. L'acquisizione si è conclusa per la cifra di 30 milioni di euro e rappresenta uno degli investimenti più rilevanti mai sostenuti dallo Stato italiano.

L'anno preciso dell'opera non è certa. La maggior parte degli studiosi ritiene che sia stato realizzato nel 1599, mentre secondo altri è stato realizzato nel 1603 basandosi su alcuni ordini di pagamento a favore di Caravaggio eseguiti tra il 1603 e 1604, questo perché in quegli anni papa Clemente VIII inviò il monsignore come nunzio pontificio a Parigi alla corte del re di Francia Enrico IV.
Nel periodo di soggiorno a Roma, Caravaggio ha eseguito molti ritratti particolarmente richiesti dalla Curia e dagli amici, ritratti che per la maggiore sono andati persi o distrutti. Questa continua richiesta di ritratti, ha portato Caravaggio ad affinare la tecnica per velocizzare il ritratto in presenza, il che però lo ha portato a una loro realizzazione "senza similitudine" ovvero senza l'obbligo della accurata somiglianza, anche se di splendida raffinatezza.
Merisi per la realizzazione di questo ritratto, ha inserito l'ecclesiastico ripreso di tre quarti seduto su una poltrona posta di sbieco all'interno di uno sfondo scuro e illuminato da un fascio di luce. Analizzando meglio la scena, sono ridotti al minimo gli attributi che ne descrivono il ruolo: L'abito talare completo di berretta, la poltrona, il rotolo di documento a essa poggiati e la lettera che stringe nella mano sinistra. È a questo punto che entra in gioco il genio di Caravaggio, che rende vivo il ritratto mostrando Maffeo mentre guarda fuori dalla scena con la bocca appena aperta e con l'indice della mano destra che, anche se fermo, sembra muoversi come se si rivolgesse a qualcuno presente in quella istantanea ma solo come spettatore. Solo il rotolo di documenti chiuso da un cordone aiuta a capire meglio l'identificazione del personaggio.







Vi ringrazio.

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Massimo

Paolo Caliari detto IL VERONESE - 8 opere

 © Photo by Massimo Gaudio


Paolo Caliari detto IL VERONESE

(Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588)

Paolo Caliari detto IL VERONESE, Visione di sant'Elena (1580 ca)
Olio su tela, 166 x 134 cm. 
Pinacoteca dei Musei Vaticani


Paolo Caliari detto VERONESE, Allegoria del Buon Governo (1551-1552 ca)
Musei Capitolini, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, Allegoria della Pace (1551-1552 ca)
Musei Capitolini, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, La predica del Battista (1562)
Olio su tela, 205 x 169 cm. Galleria Borghese, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, Ratto d'Europa (1580-1585)
Musei Capitolini, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, Sant'Antonio che predica ai pesci (1580)
Olio su tela, 104 x 150 cm. Galleria Borghese, Roma

Paolo Caliari detto VERONESE, Giuditta con la testa di Oloferne (1580 ca)
Olio su tela, 110 x 100 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Paolo Cliari detto VERONESE, Resurrezione del figlio della vedova di Nain (1565-1570)
Olio su tela, 102 x 136 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna



Le Statue Parlanti di Roma

© Photo by Massimo Gaudio


Retro del Monumento a Giuseppe Gioachino Belli dov'è ritratto Pasquino


Le cosiddette "pasquinate"altro non erano che satire in versi, caratteristiche del periodo che andava dal XVI al XIX secolo, dirette a pungere i personaggi pubblici più importanti presi di mira dalla gente comune, primi fra tutti i papi. Tra le tante pasquinate, è rimasta famosa la frase indirizzata a papa Urbano VIII Barberini ed i membri della sua famiglia per gli scempi edilizi di cui si resero responsabili nel '600: quello che non hanno fatto i Barbari, lo hanno fatto i Barberini. Il nome pasquinata deriva da una statua chiamata appunto Pasquino.

Pasquino

Situata nell'omonima piazza che si trova a pochi passi da Piazza Navona addossata alle mura di Palazzo Braschi. Essa fu ritrovata nel 1501 durante la costruzione dell'allora Palazzo Orsini (ora Palazzo Braschi) nello stesso luogo dove si trova ora. Si tratta di un corroso e mutilo gruppo marmoreo, copia di un originale ellenistico pergameno del III secolo a.C. raffigurante probabilmente Menelao, simile all'altra copia che si trova nella Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria a Firenze. Pasquino è la più famosa statua parlante di Roma, chiamate così perché parlava al posto della gente comune che di notte lasciava messaggi anonimi appesi al collo della statua. Ogni mattina le guardie rimuovevano i fogli ma ormai quando accadeva la gente li aveva già letti e la cosa irritava molto i potenti, tanto da far emanare da papa Benedetto XIII un editto dove si prevedeva la pena di morte. L'usanza delle pasquinate cessò con l'annessione di Roma al Regno d'Italia durante il Risorgimento. Ma non andò del tutto persa la voglia della gente di esprimere i propri pensieri, infatti ancora oggi è possibile lasciare le pasquinate non più attaccandole alla statua, ma in una apposita bacheca posta ai piedi di Pasquino.

La Statua di Pasquino



Marforio
Nel cortile di Palazzo Nuovo ai Musei Capitolini, si trova una fontana risalente al II sec. d.C. che simboleggia una divinità fluviale cosiddetta Marforio. La statua, il cui nome deriva da Martis Forum (Foro di Marte), venne descritta già nel medioevo e alcuni disegni la collocavano nei pressi dell’arco di Settimio Severo nel Foro Romano. Da lì giunse in Campidoglio nel 1594. In passato anche Marforio veniva spesso utilizzata come statua parlante dove i più audaci tra la gente del popolo, affiggevano le cosiddette "pasquinate".

Statua colossale restaurata come Oceano “Marforio” 




Madama Lucrezia

La statua di Madama Lucrezia non è solo un pezzo di marmo antico, ma una vera testimonianza della storia e dell'ingegno satirico romano facendo parte delle 6 "statue parlanti" di Roma ed è affascinante come queste antiche statue abbiano continuato a "parlare" per secoli, inoltre è l'unica statua "donna" del gruppo. Si tratta di un busto colossale di epoca romana, alto circa 3 metri. L'identità della figura non è certa, ma si ipotizza possa rappresentare la dea Iside (o una sua sacerdotessa) a causa del nodo sulla veste, oppure un ritratto dell'imperatrice Faustina, moglie di Costanzo II.


Statua di Madama Lucrezia 


Abate Luigi

La statua dell'Abate Luigi è stata rinvenuta nel XVI secolo nelle fondamenta di Palazzo Vidoni e dopo aver adornato vari cortili dei palazzi storici della città, è "ritornata a casa" essendo stata collocata proprio in Piazza Vidoni. Anche l'Abate Luigi, con le sue "pasquinate", è diventato un simbolo di questa resistenza popolare, permettendo ai cittadini di criticare il potere in modo anonimo ma efficace. Anche se la tradizione popolare lo ha ribattezzato "Abate Luigi" per la somiglianza con un sagrestano, la statua in realtà raffigura un "togato", probabilmente un uomo di legge o un alto funzionario pubblico dell'antica Roma.

Statua di Abate Luigi 







Fontana del Babuino

La statua raffigura un Sileno (una divinità minore metà uomo e metà capra, compagno di Dioniso, il dio del vino), ma i romani, trovandola decisamente bruttina e somigliante a una scimmia, la soprannominarono "il Babuino". Il soprannome ha avuto così tanto successo che ha dato il nome all'intera Via del Babuino. Anche questa statua fa parte delle famose "statue parlanti dove i romani affiggevano anonimamente poesie satiriche pungenti e critiche contro il potere, la Chiesa e la politica che in generale pendevano il nome di "pasquinate", che qui però entrava la variante delle Babuinate. La fontana non ha un aspetto elaborato, anzi, Il suo design è piuttosto semplice, con la statua del Sileno che poggia su un bacino di granito romano antico, da cui l'acqua sgorga da due cannelle. La sua fama deriva più dalla sua storia e dall'aspetto unico della statua che dalla sua bellezza artistica.


Fontana del Babuino






Fontana del Facchino

Rappresenta un "acquaiolo", cioè un portatore d'acqua del XVI secolo, con il suo abito tipico e una botticella da cui esce l'acqua. Era un mestiere importantissimo a Roma prima che ripristinassero gli acquedotti. Anche questa fa parte delle famose "statue parlanti" di Roma. Il Facchino, in particolare, era la voce del popolo, un po' come un megafono per la gente comune. Ci sono un sacco di storie sulla sua identità! Alcuni dicevano che raffigurasse Martin Lutero, e il suo volto è stato danneggiato proprio perché la gente gli tirava sassi pensando fosse lui. Altri dicono che sia Abbondio Rizzio, un famoso facchino morto mentre trasportava un barile, e c'era pure una targa che lo ricordava. Originariamente era su Via del Corso, ma nel 1872 è stata spostata su Via Lata, addossata al muro di Palazzo De Carolis. Risulta un po' nascosta ma vale la pena cercarla.

Fontana del Facchino





Vi ringrazio.

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Massimo

lunedì 9 marzo 2026

Fontana delle Anfore

© Photo by Massimo Gaudio

Fontana delle Anfore

Testaccio è un rione di Roma. Al centro di esso si trova l'omonima piazza dove è stata collocata la Fontana delle Anfore.
La fontana fu inaugurata il 26 ottobre 1927, tre anni dopo il bando indetto dal Comune di Roma vinto dall'architetto Pietro Lombardi, il quale si ispirò al vicino Monte Testaccio costituito da frammenti di anfore provenienti dal vicino porto commerciale di Ripa grande sul fiume Tevere.
La sua collocazione nella piazza durò pochi anni a causa del cedimento del terreno sottostante, così l'intera fontana fu trasferita a poca distanza in piazza dell'Emporio vicino Ponte Sublicio.
Il Comune di Roma ha avviato agli inizi della seconda decade del nuovo millennio, un importante progetto di riqualificazione di piazza Testaccio trasferendo il mercato rionale in un nuovo spazio poco distante. La piazza liberata ha potuto così accogliere nuovamente la fontana nel luogo originario e con l'occasione sono stati ripristinati i 45 ugelli di alimentazione dell'acqua rimasti inattivi per moltissimo tempo, oltre all'inserimento di luci all'interno delle vasche rettangolari poste alla base del pinnacolo costituito da un insieme di anfore. La fontana interamente in travertino è stata nuovamente inaugurata il 24 gennaio del 2015.






Vi ringrazio.

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Massimo

Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza

© Photo by  Massimo Gaudio Chiesa di Sant'Ivo alla sapienza C'è un rione di Roma di piccole dimensioni, lungo e stretto, l'unico...