venerdì 6 marzo 2026

Da Vienna a Roma, Le meraviglie degli Asburgo, dal Kunsthistorisches Museum

© Photo by Massimo Gaudio

Le meraviglie degli Asburgo presso Palazzo Cipolla di via del Corso a Roma, dal 6 marzo al 5 luglio 2026. Il museo ospita capolavori provenienti dal Kunsthistorisches Museum di Vienna.


La mostra porta il visitatore ad ammirare l'arte attraverso le tradizioni e le culture che col dialogo, il confronto e la diffusione del patrimonio artistico si incontrano per raccontare la bellezza e i valori europei. Il museo ospita capolavori provenienti dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. Si ammirano opere di artisti fiamminghi come Rubens, Van Dyck, Jan Bruegel il vecchio, sono presenti, opere cosiddette di gabinetto che celebrano le “camere delle meraviglie rinascimentali”, sono dipinti di oggetti preziosi, nature morte e paesaggi che rivelano un'estetica intima e raccolta, di cui fanno parte opere di Borch, Dou, van Ruisdael. Troviamo poi la pittura olandese del Seicento, che racconta la vita quotidiana e privata e la dimensione reale. Le opere sono di artisti come Hals, Lingelbach e Steen, capace di trasformare la scena in una opera teatrale. La pittura tedesca è presente con gli artisti Lucas Cranach, artefice di figure stilizzate, Liss e Sandrart che testimoniano il dialogo tra nord e sud Europa. Durante il percorso si incontra l’inverno di Arcimboldo e il ritratto dell'Infanta Margherita in abito blu di Velázquez. La pittura italiana occupa un posto d'onore in questa mostra con capolavori di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Cagnacci e Moroni. Infine, il visitatore può ammirare Caravaggio con l'opera straordinaria Incoronazione di spine, in questo dipinto il tema religioso si amplia e sorprende universalmente l'intera umanità.


Le sale di Palazzo Cipolla ospitano per la prima volta oltre cinquanta capolavori, tra questi ho selezionato alcune opere che di seguito vi propongo.



Nel mio personale percorso, sono stato piacevolmente accolto dall’imperatore Francesco Giuseppe I e dalla imperatrice di Baviera Elisabetta (Sissi) in abito azzurro.

Josef Horaczek, L'imperatrice Elisabetta in abito azzurro (1858) Olio su tela

L'imperatore Francesco Giuseppe I sposò Elisabetta di Baviera, Sissi 1837 1898 il 24 aprile 1854 nella Chiesa degli Agostiniani a Vienna. Sebbene il matrimonio fosse iniziato sotto i migliori auspici, Elisabetta si ritirò ben presto dalla vita di Corte. Negli anni 80 dell'Ottocento Francesco Giuseppe Donò alla moglie la "Hermesvilla", una romantica residenza di campagna, ispirata al modello delle ville borghesi. Il progetto fu affidato a Carl Hasenauer, uno dei due architetti responsabile dei nuovi Musei di Corte.

Un’altra opera che ha catturato la mia attenzione è il capolavoro di Rubens Giove e Mercurio presso Filemone e Bauci.

Peter Paul Rubens e bottega, Giove e Mercurio presso Filemene e Bauci (1620-1625)
Olio su tela

Nelle metamorfosi di Ovidio, Giove e Mercurio, travestiti da mortali, cercano ospitalità in Frigia. Solo la povera coppia di anziani Filemone e Bauci li accoglie, giungendo persino a voler sacrificare la propria oca. Gli dèi si rivelano, proteggono la coppia e annunciano un diluvio che distruggerà il vicinato ostile. Rubens raffigura l'istante della rivelazione, avvicina l'osservatore alla scena e trasporta il racconto antico in un contesto contemporaneo.

Un piccolo teschio in avorio conservato in una teca, all’interno di una stanza buia, rivela un fascino macabro.

Teschio (memento mori), Germania (prima metà del XVII sec) Avorio

Il teschio umano è da sempre simbolo della caducità della vita e della morte. In quest'opera il volto e i capelli sono intatti solo per metà, mentre la porzione, ormai ischeletrita è percorsa da vermi o serpenti. L'aggrovigliarsi dei vermi su un lato costituisce l'ironicamente eloquente contrappunto ai riccioli che ancora incorniciano l'altra metà del capo del giovane defunto. Già Aristotele aveva osservato come le cose che ci repellono nella realtà, tendono ad essere contemplate con particolare piacere quando sono riprodotte come immagini fedeli.



Un quadro che ho incontrato si trasforma in una opera teatrale nel quale i protagonisti mettono in atto una scena tanto assurda quanto ironica: Il mondo alla rovescia

Jan Steen, Il mondo alla rovescia (1663) Olio su tela, 105 x 145 cm

Uova rotte e un maiale che divora rose, un bambino che fuma una pipa. I dipinti di Steen, spesso concepiti come scene teatrali, invitano lo spettatore a decifrare gli indizi presentati con gusto giocoso. Il dipinto mette in scena una famiglia disfunzionale. Il punto di partenza è la padrona di casa assopita a sinistra del tavolo. Un cane si avventa sul pasticcio di carne precedentemente servito, uno dei bambini ruba qualcosa da un armadietto a muro, mentre il più piccolo gioca distrattamente con una collana di perle. In primo piano una donna tiene in modo allusivo un bicchiere pieno tra le gambe dell'uomo seduto accanto a lei.


Un quadro che rappresenta una natura morta di incredibile bellezza, si materializza in oggetti altrettanto straordinari custoditi in una teca al di sotto di esso.

Juriaen van Streeck, Natura morta con coppa di nautilus e coppa da zenzero (terzo quarto del XVII sec) Olio su tela

Ulrich I. Ment, Coppa di nautilus, Augusta (1624-1628) Guscio di nautilus e argento dorato

Ciotola, Cina, Dinastia Ming (seconda metà del XVI sec) Porcellana dipinta

Una Coppa di Nautilus con opulenta montatura dorata si colloca in immediata prossimità di un vaso per lo zenzero aperto. In primo piano, leggermente inclinata. Compare una ciotola “Wanli”, Conserve di zenzero, limoni, arance e nocciole erano prodotti di importazione nei Paesi Bassi e allo stesso modo il pane bianco era considerato una prelibatezza. Gli oggetti, qui raggruppati come testimonianze del commercio globale, indicano l'eccezionale importanza dei Paesi Bassi come potenza marittima.



Non me ne vogliano gli ammiratori di Caravaggio, ma questo dipinto di Liss che ritrae Giuditta e Oloferne è un meritevole capolavoro.

Johann Liss, Giuditta con la testa di Oloferne (primo terzo del XVII sec)
Olio su tela, 129 x 104 cm

Durante l'assedio della città di Betulia, Giuditta riuscì a penetrare nell'accampamento di oloferne. Portando vino, olio, fichi e pane, ella si finse inizialmente una disertrice. Nel corso di un banchetto Oloferne beve tanto vino da addormentarsi. Giuditta, rimasta sola con lui, lo decapitò con la sua stessa spada. In modo indipendente rispetto al racconto dell'Antico Testamento, l'episodio conobbe una vasta fortuna come simbolo di coraggio combattivo. Liss, che soggiornò a lungo a Roma, si ispirò stilisticamente sia a Caravaggio che a Peter Paul Rubens.



Chi non ama l’Arcimboldo? In questa mostra è piacevolmente esposto “l’inverno”

Giuseppe Arcinboldo, l'inverno (1563) Olio su tavola, 67 x 51 cm

Con la sua brillante immaginazione, Arcimboldo combina rami secchi e spezzati, muschio, foglie di edera, escrescenze e funghi del bosco, dai quali ricava i lineamenti, i capelli e la barba. Una fessura nel tronco suggerisce l'occhio; il naso è formato da un ramo spezzato privo di corteccia all'estremità. Che rivela il legno rossastro sottostante, evocando il colore di un naso colpito dal freddo invernale. Il mantello di paglia intrecciata contiene due indizi cruciali per l'interpretazione di questa singolare immagine si distingue. Una lettera "M" che si riferisce a Massimiliano, il futuro imperatore e l'acciarino, simbolo dell'Ordine del Toson d'Oro.


Uno straordinario ritratto simbolo di questa mostra rappresenta la maestria di Velázquez.

Diego Velázquez, L'infanta Margherita in abito blu (1659) Olio su tela

Questo ritratto era destinato a presentare alla Corte viennese l'infanta (1651-1673), che all'epoca aveva 8 anni come promessa sposa del figlio di Ferdinando, il futuro imperatore Leopoldo I, rendendo così evidente un nuovo successo della politica matrimoniale dinastica degli Asburgo. Sebbene Velázquez fosse vincolato dalle convenzioni tradizionali, sfruttò al massimo la libertà pittorica consentita da questo contesto. L'opera rientra tra i più alti esempi della sua spesso celebrata maestria nel dare vita alla superficie con pennellate sicure. Toni freddi, azzurro-grigi si alternano a mezze ombre rosate, rendendo luminoso l'incarnato pallido.



Il ritratto della Sacra Famiglia nella sua dimensione umana, emanata dai particolari, potrebbe rappresentare la sosta di una qualunque famiglia del Seicento.

Orazio Lomi Gentileschi, Riposo durante la fuga in Egitto (1626-1628)
Olio su tela, 137 x 216 cm

La figura di Maria conserva un'eleganza raffinata, accentuata dalla posa sofisticata della mano sinistra e dal gesto giocoso con cui copre parzialmente la nudità del Bambino mediante il panno bianco. L'atto dell'allattamento è rappresentato, ma non in modo ostentato. La tavolozza cromatica è ridotta e calibrata con precisione, i pochi accenti si integrano in un insieme dominato da tonalità fredde basate su gradazioni di grigio finemente sfumate. Una novità è il bastone da viaggio di Giuseppe, fortemente (e non del tutto logicamente) illuminato, che assume quasi il carattere di trompe-l'oeil.

Non può non sorprendere l’opera di Caravaggio Incoronazione di Spine

Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, Incoronazione di spine (1603)
Olio su tela, 127 x 165 cm

Michelangelo Merisi da Caravaggio è considerato uno dei principali innovatori della pittura europea intorno al 1600. Le sue opere si caratterizzano per l'attenzione al mondo visibile, per una drammatica regia della luce e per l'immediata presenza fisica dei soggetti. L'incoronazione di spine, rientra tra le raffigurazioni più intense della sofferenza di Cristo nell'opera di Caravaggio.

Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

giovedì 5 marzo 2026

2015 | 2025 Dieci anni, dieci nuove opere - Villa e Collezione Panza

 

Villa e Collezione Panza, Varese
Foto arenaimmagini.it 2013 © FAI–Fondo per l’Ambiente Italiano


Il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS presenta a Villa e Collezione Panza 2015–2025 | Dieci anni, dieci nuove opere: un progetto di riallestimento che da marzo 2026 e per tutto l’anno, celebra le acquisizioni entrate a far parte della collezione permanente nell’ultimo decennio.

 

L’iniziativa prende avvio dall’ultimo ingresso in collezione nel 2025, Arabesque (2024) di Tony Cragg – una scultura in vetro nero, massiccio e soffiato, donata dall’artista al FAI – e propone un riallestimento dei lavori di Wim Wenders, Robert Wilson e Wolfgang Laib che, insieme alle opere di Jene Highstein, Robert Irwin, Meg Webster e Sean Scully, testimoniano l’impegno della Fondazione nel valorizzare e implementare la propria raccolta. Un percorso che prosegue con coerenza nel solco tracciato da Giuseppe Panza di Biumo, che per tutta la vita interpretò la dimora di Varese come un laboratorio di sperimentazione per l’arte contemporanea.

 

Le dieci opere raccontano il lavoro di ricerca e sviluppo che il FAI ha sostenuto nell’ultimo decennio: un percorso sistematico di esposizioni e iniziative, costruito attraverso il dialogo diretto con artisti internazionali, invitati a confrontarsi con la Villa, i suoi spazi e con il paesaggio che la circonda, contribuendo ad arricchirne e rinnovarne il patrimonio storico-artistico.

 

Il richiamo ad alcuni dei temi centrali della ricerca di Giuseppe Panza di Biumo – il dialogo tra natura, architettura e paesaggio, luce, spazio e percezione, il colore e la sua dimensione sensoriale e spirituale – offre oggi la chiave di lettura per comprendere le ragioni delle dieci opere riunite in questo nuovo allestimento, espressione di una visione che continua a riconoscere nella Villa un luogo di sperimentazione contemporanea.

 

Le dieci acquisizioni:

 

Natura e paesaggio, costanti nel percorso collezionistico Panza, sono al centro dell’acquisizione del 2015, Cupressus I (2008) di Peter Randall-Page, scultura in granito ricavata da un masso erratico glaciale finlandese e solcata da profonde incisioni geometriche. L’opera concludeva il progetto espositivo Art in Nature (2013–2015), ciclo articolato in tre atti promosso dal FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano in collaborazione con Emanuele Montibeller, direttore di Arte Sella.

 

Sempre nel 2015, Villa e Collezione Panza accoglie un nucleo di fotografie di Wim Wenders, realizzate tra il 1978 e il 2003 nel corso di ripetuti viaggi negli Stati Uniti: paesaggi sospesi tra natura, strade e architetture, segnati dall’assenza quasi totale della figura umana. A conclusione del percorso, nella Scuderia Piccola di Villa Panza, allestita come una “cappella laica”, viene presentata New York, November 8, 2001, serie di cinque scatti realizzati sei settimane dopo l’11 settembre a Ground Zero, entrata in collezione permanente grazie alla donazione dell’artista e della moglie Donata.

 

Nel 2015 è la volta di Natura Naturans, doppia personale di Meg Webster e Roxy Paine, dedicata al binomio tra natura benigna e matrigna. In questa occasione Webster realizza Cone of Water (2015), un cono in ferro colmato fino all’orlo con quasi cinquemila litri d’acqua: una superficie mutevole che riflette e mette in relazione architettura, paesaggio e presenza umana. Concepita appositamente per il cortile d’onore, l’opera nel 2016 entra a far parte della collezione permanente grazie alla donazione di Gabriele Caccia Dominioni e Maria Giuseppina Panza con i loro figli.

 

Nello stesso anno entra nella raccolta A House for Giuseppe Panza e, nel 2017, A Winter Fable di Robert Wilson. Le due opere si collocano nell’ambito della mostra personale Tales, dedicata al regista e artista visivo che ha anticipato l’avanguardia internazionale, ridefinendo il linguaggio della scena attraverso l’intreccio di teatro, arti visive, luce, suono e movimento.

A House for Giuseppe Panza è un’architettura in stile American Shaker in legno di larice, una “casa in miniatura” concepita come omaggio a Giuseppe Panza di Biumo, accompagnata da una colonna sonora di Michael Galasso e dalla voce dello stesso Wilson che interpreta versi tratti da Rainer Maria Rilke. A Winter Fable è invece un video-portrait ispirato a Comare Volpe e Compare Lupo di Italo Calvino: la fiaba si traduce in un’installazione composta da tre video interconnessi, in cui lupo, volpe e agnello diventano protagonisti di una narrazione sospesa tra violazione, manipolazione e vendetta, accompagnata da una partitura originale del duo musicale CocoRosie.

 

Nel 2019 il FAI invita a Villa Panza per una mostra personale Sean Scully, maestro nell’uso della luce e del colore. Al termine dell’esposizione, l’artista dona Looking Outward, intervento site-specific concepito per la serra del giardino: una landline composta da ventisette finestre di vetri colorati che trasforma lo spazio in un caleidoscopio di riflessi e cromie, amplificando il dialogo tra architettura, natura e percezione.

 

Tra gli ingressi che hanno segnato l’ampliamento della collezione permanente figurano due lavori dedicati al tema della percezione: Varese Scrim 2013 di Robert Irwin e Twelve Part Vertical Pipe Piece (1973) di Jene Highstein. Dopo essere rimasta in comodato dal 2013 - anno in cui il FAI invita Irwin e James Turrell a confrontarsi in una mostra dedicata alle loro ricerche e al rapporto con Giuseppe Panza - l’opera viene donata nel 2020 da Robert e Adele Irwin. In Varese Scrim 2013 l’alternanza di aperture e velari ridefinisce l’esperienza dello spazio, amplificando i fenomeni di luce e ombra e coinvolgendo attivamente lo sguardo del visitatore. Due anni dopo nel 2022 il FAI riceve in dono Twelve Part Vertical Pipe Piece (1973) da Rosa Giovanna Magnifico Panza. Installata nel terzo parterre del parco in occasione del centenario della nascita del collezionista, l’opera è composta da dodici tubi d’acciaio senza saldature – ciascuno alto 548,6 cm e con un diametro di 15,2 cm – disposti, in sequenza, per indagare lo spazio in una duplice direzionalità verticale e orizzontale, creando un ritmo calibrato in sottile equilibrio tra pieni e vuoti.

 

Nel 2023 la programmazione torna a confrontarsi con una dimensione spirituale e con un’impronta fortemente minimalista attraverso la mostra personale dedicata a Wolfgang Laib, cui segue l’ingresso in collezione di Untitled (2023). L’installazione, concepita appositamente per la Rimessa delle Carrozze di Villa e Collezione Panza, si compone di una scultura in cera d’api e di una distesa di piccoli cumuli di riso disposti in lunghe file, fino a occupare quasi interamente lo spazio espositivo. La forma essenziale, che richiama profili di architetture religiose, insieme alla luminosità ambrata e al profumo intenso della materia, trasforma l’ambiente in un’esperienza sensoriale e contemplativa.

 

Infine, nel 2025 entra in collezione Arabesque (2024) di Tony Cragg, scultura in vetro nero massiccio e soffiato realizzata a Murano in occasione della personale dedicata all’artista presso il Negozio Olivetti. L’opera è costituita da undici anforette sovrapposte a caldo e avvolte da un sottile cordone di vetro dall’andamento irregolare, che evoca una forma avvitata su sé stessa. Il ritmo sinuoso richiama suggestioni moresche e, nel controllo della materia e nella tensione a spingerla ai suoi limiti espressivi, rivela un’affinità con la lezione di Carlo Scarpa. Per Cragg la scultura è strumento d’indagine della materia, un dialogo con il mondo fisico che si attiva attraverso forma, luce e percezione.

 

Riunite in un unico riallestimento, le dieci opere non solo permettono di ripercorrere una stagione significativa della produzione dei maestri della contemporaneità, ma rendono evidente il metodo adottato dal FAI nella valorizzazione della Villa: un confronto costante tra collezione permanente e nuove ricerche, tra spazi storici e interventi site-specific. Un decennio di acquisizioni che ha arricchito il patrimonio di Villa Panza e ne ha riaffermato la vocazione di laboratorio per l’arte contemporanea.

 


 

Le dieci opere:

 

1. Peter Randall-Page

Cupressus I, 2008

granito, 103 x 149 x 115 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2015

 

2. Wim Wenders

New York, November 8, 2001, 2011, I, II, III, IV, V , 2001

C-print, 357 x 142,4 cm, 357 x 142,4 cm, 178 x 447 cm, 178 x 447 cm, 178 x 447 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2015 (per donazione dell'artista)

 

3. Meg Webster, Cone of Water (2015) Ferro, acqua 101,6 x 426,72 cm
Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2016 (per donazione di Gabriele Caccia Dominioni e Maria Giuseppina Panza con i loro figli).Photo Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza, Arezzo. 
© FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano 2026


 

4. Robert Wilson, A Winter Fable (2017)

3 monitor, 190 x 109 ciascuno, dimensione dell'ambiente 890 x 880 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2017

Photo Tenderini Art Photography. © FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano 2026



 

5. Robert Wilson

A Winter Fable, 2017

3 monitor, 190 x 109 ciascuno, dimensione dell'ambiente 890 x 880 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2017

 

6. Sean Scully, Looking Outward (2019) 27 finestre di vetro colorato,
40 x 20 cm ciascuna serra, 490 x 1500 x 485 cm Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2019
(per donazione dell'artista)  Photo Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza, Arezzo. 
© FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano 2026

 

7. Robert Irwin

Varese Scrim 2013, 2013

velario di nylon, dimensione dell'ambiente 404 x 1975 cm installazione unica, quattro tagli di luce intersecati in un labirinto di velo

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2020 (per donazione dell'artista)

 

8. Jene Highstein

Twelve Part Vertical Pipe Piece, 1973

Dodici tubi d’acciaio senza saldature, ciascuno di 548,6 cm di altezza e 15,2 cm di diametro

Acquistato da Giuseppe Panza di Biumo nel 1987, viene donato dalla moglie Rosa Giovanna al FAI- Fondo per l’Ambiente Italiano nel 2022

 

9. Wolfgang Laib

Untitled, 2023

Cera d’api e riso dimensione dell'ambiente 890 x 880 cm

Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2023

 


10. Tony Cragg, Arabesque (2024) Vetro nero massiccio e soffiato, 56x25x22 cm
Acquisizione FAI - Villa e Collezione Panza 2025 (per donazione dell’artista)
Photo Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza, Arezzo. © FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano 2026

 

Il FAI ringrazia il Comune di Varese per la collaborazione

 

Ringraziamo Bancomat per aver sostenuto il FAI per il secondo anno consecutivo nella cura e nella manutenzione di Villa e Collezione Panza e per aver scelto di rafforzare il proprio impegno come sponsor della mostra nel 2026.

 

Villa e Collezione Panza è un museo riconosciuto dalla Regione Lombardia.

 

Chiesa del Domine Quo Vadis

© Photo by Massimo Gaudio

Interno della chiesa

Nel lato dell'Appia Antica che fa parte del quartiere Appio-Latino, si trova una piccola chiesa in stile Barocco costruita nel XVII secolo che si chiama Chiesa del Domine Quo Vadis, eretta sul luogo in cui secondo un episodio tratto dagli Atti di Pietro, l'apostolo in fuga da Roma per via delle persecuzioni da parte di Nerone, incontrò Gesù. In quell'occasione Pietro gli domandò Domine Quo Vadis? (Signore dove vai?), in risposta Gesù gli disse Venio Romam iterum crucifigi (Vengo a Roma per farmi crocifiggere di nuovo). Dalla risposta Pietro capì che sarebbe dovuto tornare indietro e affrontare il suo destino.
Al centro della navata si trova il calco in marmo delle impronte di Gesù che lasciò in quell'occasione del quale l'originale si trova nella Chiesa di San Sebastiano, sempre sulla via Appia Antica. Per il resto nella chiesa ci sono vari affreschi che ricordano quell'incontro, come quello che si trova nelle lunette sopra l'altare e quelle delle singole figure ai lati del selciato con al centro il rilievo con le impronte. Ci sono anche altri due affreschi ai lati dell'altare dove sono raffigurati Gesù e Pietro crocifissi. Sulla parete di destra vicino l'ingresso, c'è una lastra di marmo con su scritto:

"Questa chiesa è intitolata Santa Maria delle Piante è comunemente a Domine Quo Vadis. Dalle Piante è nominata per l'apparizione di Nostro Signore fatta in essa a San Pietro, quando questo glorioso apostolo persuaso, anzi violentato dalli cristiani ad uscire di prigione, e partirsi da Roma, s'incaminò per questa Via Appia, e giunto a questo luogo, s'incontrò con Nostro Signore, che s'incaminava verso Roma, alla cui presenza meravigliato gli disse: Domine Quo Vadis? ed egli rispose Venio Romam iterum crocifigi, intese di subito il mistero San Pietro, e si ricordò, che a lui ancora aveva predetto una tale morte, quando gli diede il governo della sua Chiesa, però voltando il passo, ritornò a Roma, ed il Signore sparì, e nello sparire lassò impresse le sue piante in un selce del pavimento della strada, e da qui vi prese questa chiesa, il soprannome delle Piante, e dalle parole di San Pietro, ha il nome di Domine Quo Vadis. In mezzo di questa sta collocata la forma espressiva delle Piante di Nostro Signore cavata dal quel selce dove da lui furono impresse, che al presente si conserva nella chiesa di San Sebastiano.

Pasquale Falusca da Montasola eremita fece l'anno 1830"

Domine Quo Vadis

Venio Romam Iterum Crucifigi

Gesù Cristo Crocifisso

San Pietro crocifisso

Selce stradale con le piante dei piedi impresse di Gesù

La lastra di marmo



Vi ringrazio.

Arrivederci al prossimo articolo.

Massimo

martedì 3 marzo 2026

ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio, fino al 17 maggio al Palazzo Reale di Milano

 


Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplethorpe è uno degli interpreti della controcultura tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando la creatività si fa gesto politico e le arti si fondono in nuovi linguaggi di libertà e identità. 

“Tutto cambia quando l’amica regista Sandy Daley regala a Mapplethorpe una polaroid - racconta Denis Curti curatore della mostra - e con questa tra le mani, tra il 1970 e il 1971, Robert inizia un percorso legato allo studio del suo autoritratto, concentrato sulla rappresentazione del sesso omoerotico e partendo da se stesso. Nello stesso momento incontra Tom of Finland (pseudonimo di Touko Laaksonen): il primo a dare vita all’estetica omosessuale. Tra di loro nasce una grande amicizia che cambia per sempre la visione di Mapplethorpe. Entrambi esplorano il tema del feticismo, della pelle e della bellezza classica applicata al corpo maschile. Mentre Tom lo faceva con l'esagerazione del disegno, Mapplethorpe lo faceva con la precisione quasi marmorea della fotografia, ma entrambi hanno contribuito a rendere "arte" ciò che prima era considerato solo un materiale sotterraneo”.



A Milano protagonista è la sua ricerca estetica, i suoi nudi sensuali che si distinguono per la perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica: il corpo, scolpito dall’uso sapiente della luce e dei contrasti, è il mezzo per la sublimazione della sua indagine artistica.

 “Autodidatta, - continua Denis Curti - Sam Wagstaff (suo mentore e compagno) gli regala nel 1975 la prima Hasselblad, la macchina a medio formato che gli permette di ottenere quella precisione scultorea e quei bianchi e neri perfetti per cui è oggi universalmente conosciuto. L’obiettivo di questa mostra è proprio quello di ricollocare Robert Mapplethorpe nella dimensione della fotografia più alta, tra i più importanti fotografi del XX secolo, oltre la provocazione e oltre la censura”. 

La costruzione di un percorso espositivo così completo è stata possibile grazie alla generosa collaborazione con la Fondazione Mapplethorpe di New York, creata dallo stesso fotografo nel 1988 pochi mesi prima della sua morte, non solo a tutela del suo lavoro ma anche per finanziare la ricerca medica e i progetti legati alla lotta contro il virus e alla cura dell’HIV. La mostra si snoda infatti attraverso diverse sezioni tematiche con oltre 200 opere che ripercorrono l’intera evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe, dagli esordi sperimentali alla maturità stilistica. 



I primi collage. Il percorso si apre con gli assemblaggi realizzati sul finire degli anni Sessanta. In queste opere, molto rare e poco esposte, in cui Mapplethorpe combina ritagli di riviste, disegni e feticci religiosi, indumenti e oggetti, si riflettono la ricerca sull’identità e il piacere dell’artificio, sperimentati dall’artista con l’obiettivo di creare una relazione con l’altro. 

Patti Smith e Lisa Lyon. Ampio spazio è dedicato in due sezioni alle muse fondamentali dell'artista. Se i ritratti di Patti Smith immortalano un legame simbiotico e vulnerabile che attraversa decenni, una vera e propria ode indelebile all’amata amica, quelli della campionessa mondiale di bodybuilding Lisa Lyon esplorano una bellezza androgina che trascende le convenzioni di genere, celebrando la potenza fisica attraverso parametri estetici neoclassici. 

Autoritratti e identità. La sezione degli autoritratti rivela un'introspezione dolorosa e fluida. Mapplethorpe usa la macchina fotografica come uno specchio dell'anima, documentando la propria esistenza dalle pose dandy degli anni Settanta fino alle immagini finali scavate dalla malattia. 

Il ritratto. In mostra i volti di celebrità come Andy Warhol, Peter Gabriel, Yoko Ono, Isabella Rossellini. Per Mapplethorpe il ritratto in studio è un incontro tra due anime: un "altare visivo" dove la corporeità viene trasfigurata in leggenda grazie a una cura maniacale per l'equilibrio e la luce. 



Nudi e fiori. Nudi maschili e femminili celebrano la perfezione classica, sfidando al contempo gli schemi sociali tradizionali. Particolarmente iconiche sono le fotografie dei fiori (calle, orchidee, tulipani), ritratti come apparizioni passionali e "muscoli pulsanti", in bilico tra la sacralità della forma e allusioni delicatamente erotiche. 

In dialogo con l’Antico. La mostra chiude con una sezione che evidenzia il legame tra la fotografia contemporanea e la statuaria classica. Mapplethorpe usa la sua Hasselblad 500C per "sciogliere" le membra marmoree delle sculture antiche, infondendo loro una scintilla di vita e rendendo la pietra morbida come carne viva.

La retrospettiva Robert Mapplethorpe. Le forme del desidero è il secondo atto di una più ampia trilogia, che ha avuto inizio a Venezia nelle Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma, al Museo dell’Ara Pacis, dal 29 maggio al 4 ottobre 2026. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire un differente aspetto della figura di Mapplethorpe. 


Le fotografie degli allestimenti sono di Andrea Avezzù

Da Vienna a Roma, Le meraviglie degli Asburgo, dal Kunsthistorisches Museum

© Photo by  Massimo Gaudio Le meraviglie degli Asburgo presso Palazzo Cipolla di via del Corso a Roma, dal 6 marzo al 5 luglio 2026. Il muse...